a cura di Lia Simonetti

liasimonetti@libero.it

 

                  Agna di Corniglio

(come si viveva negli anni dal1900 al 1950)

 

Il Paese
- Un po' di storia
- Il. posto,

- I nomi
- Le osterie

La.chiesa  

                    

Le costruzioni
- La casa
  La stalla
  Il fienile, la legnaia

- L'aia
- Il forno

  Il pollaio e  lo stabbio

 

 

Il.cibo                                       
- di tutti i giorni

delle feste

- il maiale
 

 


- La medicina  
per i cristiani

   e le bestie

- Le bestie e  le piante

- I giochi

- L'abbigliamento

 

 

 

 

(in costruzione)

 

La scuola

La religione

Gli usi

Racconti  

 

 

 

 

Una civiltà contadina, tipica dell'Appennino emiliano.    Dapprima inserita, anche se ai margini,  in un mondo la cui base economica era, da secoli, l'agricoltura, poi sempre più rapidamente trascinata nella crescita sociale ed economica del dopoguerra.

Rappresenta oggi un modello di società completamente superato, cambiato. E questo è è inevitabile, probabilmente giusto.

Che sia anche dimenticato, questo è un po' meno inevitabile, un po' meno giusto ed è sicuramente un impoverimento, un'occasione perduta per tutti noi.

Non voglio tracciare un quadretto pastorale. Era durissima fatica sempre, spesso autentica miseria.

Ma c'erano alcuni elementi, che sono andati perduti, e sui quali varrebbe forse  la pena di riflettere un po'. Non per recuperarli (anche perchè in ben pochi casi sarebbe possibile), ma  perché, qualche volta, voltarsi a misurare il cammino percorso serve a valutare meglio il punto in cui ci troviamo.  

-----------------------------------------oOo-----------------------------------------

 

Il tempo, l'acqua, le stagioni ,  il denaro, il lavoro ...avevano valenze molto diverse da quelle odierne . La  gente viveva con questi elementi in un rapporto talmente differente da quello di oggi che questa distanza ci rende persino difficile il confronto.  Siamo già passati oltre, siamo già passati alla rincorsa, al recupero, alla nostalgia di questi elementi, come se fossero lontani nel tempo, e invece sono lì, appena pochi decenni fa.

Con la velocità di assimilazione tipica della nostra epoca ne abbiamo già fatto cartoline, mercatini, moda "vintage"; ne abbiamo fatto circolare immagini strumentali e spesso  romantiche, edulcorate e falsificate, da soap opera.  Ci sono cascati anche illustri registi del cinema.

-----------------------------------------oOo-----------------------------------------

 

In questo documento non ci sono voci registrate, non ci sono filmati. Ci sono, in tempi relativamente recenti, delle fotografie.  Quelle sì, e sono tante. A volte sono microscopiche, formato francobollo da guardare con la lente,  e da quelle si capiscono tante cose: dai vestiti, dalle pose, dagli sguardi, dai posti.

Si capisce se la giornata d’inverno, sulla neve, era calda, a che punto era il lavoro dei campi, la stanchezza della giornata, se c’era di mezzo una partenza o un qualcuno lontano per il quale si era andati apposta dal fotografo, col vestito migliore e la dedica scritta volonterosamente, piano piano, sul retro, a lapis.

Dalle fotografie si intuisce l’umore…  

Gioviale e disponibile, quasi di orgoglio, nelle donne anziane che offrono al fotografo improvvisato il grembiule sciupato da una giornata di lavoro, i capelli malamente nascosti da un fazzoletto, gli occhi da trenta, quaranta, sessant’anni strizzati davanti al sole.

Sguardo scontroso o  timidamente civettuolo nelle ragazzine. Spavaldo, di sfida,  nei giovanotti.

Quasi sempre serio e sospettoso negli uomini, che per una volta si sono tolti il cappello e hanno la fronte più bianca del resto del viso. Ci sono certi visi, certe braccia che hanno il bruno lucido e le rughe profonde come tagli, uguali a quelle  che si vedono nelle fotografie  dei pellerossa, di fine ottocento.  Hanno quello stesso sguardo che si prende a guardare la campagna, l’orizzonte, molte ore al giorno, o a stare seduti a cena con la sola luce del fuoco.

 Abbiamo visto più fotografie di Toro Seduto che del nostro bisnonno? Facile.

-----------------------------------------oOo-----------------------------------------

 

Negli anni cinquanta e poi, ancora di più all’inizio dei sessanta, la ripresa economica portò un avvicinamento della campagna alla città.  La diffusione dei mezzi di trasporto, il maggior benessere economico  introdussero tecnologie che diventavano disponibili a tutti e, con esse,  alcuni modelli e stili di vita nuovi per il  mondo contadino,.

L’elettricità diventò una fonte di energia sempre disponibile, e con l’elettricità arrivarono la radio, il frigorifero, la lavatrice.

Si poteva comperare un po’ di più, rattoppare un po’ di meno. Lavare diventava meno faticoso e cambiarsi d’abito  non era più solo un avvenimento festivo. Le notizie, le novità, le canzoni, le mode  circolavano più in fretta.

Si poteva avere finalmente l’acqua in casa, il telefono in paese....

Il lavoro nelle città era abbondante, i mezzi di trasporto per raggiungerlo erano abbordabili. Entrava finalmente, dopo secoli, un po’ di denaro liquido, spendibile.  L’istruzione si diffuse rapidamente, azzerando l’analfabetismo nel giro di quindici anni.

Non intendo fare un’analisi sociologica, che già non saprei fare. Volevo solo tratteggiare, per sommi capi, l’atmosfera di speranza e di vitalità che ci ha avvolto tutti, in quegli anni. Nelle città il passaggio fu un poco più graduale, nelle campagne arrivò più tardi, ma tutto insieme, in poco tempo. 

Nei paesi come Agna questo significò un passaggio rapidissimo dall’età del legno all’età della plastica.  Dall’età dei buoi a quella del motore. 

Per prima cosa si “aggiustarono” le case.  Si diceva “ A fàma giüstàr la cà”.  Si misero scale in muratura al posto di quelle di legno, tapparelle al posto degli scuri, facciate intonacate e colorate sopra i vecchi muri di sasso. Si allargarono le finestre, si misero le serrature alle porte.

C’erano sempre motivazioni di salubrità, di igiene, ma, sotto sotto, c’era anche una comprensibile voglia di riscatto.... si buttavano via i vecchi attrezzi per filare, per tessere, per trebbiare, per lavare a mano... e  insieme si dava un calcio alla miseria, alla fatica, qualche volta alla fame. 

Per questo adesso, di fronte agli oggetti raccolti nei cosiddetti Musei della civiltà contadina, diciamo spesso: “Questo ce lo avevamo... chissà che fine ha fatto?” Non ricordiamo il momento in cui ce ne siamo liberati, né la gioia, pure legittima,  con cui lo abbiamo fatto. La roba vecchia si metteva sotto al portico, perché poteva far comodo  e il  riciclo era ancora in uso, ma le cose di legno si tarlarono rapidamente e finirono a fare fiammate nella stufa. . E intanto gli antiquari di città giravano per i paesi  "regalando" cucine di fòrmica in cambio di  tavoli e credenze di legno massiccio, spesso molto belli, e comunque di valore  ben diverso.

-----------------------------------------oOo-----------------------------------------

 

Un mondo senza motori, in cui la forza motrice era l'acqua o la forza animale. Gli attrezzi fatti per la mano dell’uomo, (spesso, anzi,  per la mano proprio di "quell'uomo" che se lo era costruito) .

I carri e gli aratri fatti per gli asini e per i buoi.

-----------------------------------------oOo-----------------------------------------

 

Un mondo in cui le abilità manuali necessarie erano innumerevoli ed una persona "valeva" di più, quanto più "sapeva fare" le cose necessarie alla vita di ogni giorno  (oggi "vale" di più chi può pagare più cose, generalmente sapendone fare una sola:  quella per cui viene pagato)

-----------------------------------------oOo-----------------------------------------

 

Un mondo in cui circolava pochissimo denaro, non si comprava quasi nulla, si produceva tutto, si aggiustava tutto, si andava in prestito, si faceva cambio.

-----------------------------------------oOo-----------------------------------------

 

Un mondo a maschio e femmina. Senza discussioni.  

Ruoli precisi, in casa e fuori, lavori maschili e lavori femminili.

-----------------------------------------oOo-----------------------------------------

 

Un mondo senza luce artificiale. Scandito dalle ore di luce e di buio.

-----------------------------------------oOo-----------------------------------------

 

Senza radio, giornali, cronaca. Senza scrittura, per quasi tutti. 

In cui raccontava, si parlava.  E si cantava parecchio, dappertutto: all'osteria, per strada, per lavorare, per stare in compagnia...

-----------------------------------------oOo-----------------------------------------

...Qui parliamo di questo.

 

 

 

 

 

 

Il sito non è finito: anzi, è appena incominciato. 

Continuo a raccogliere testimonianze, fotografie, ricordi.

Chiunque abbia qualcosa da aggiungere (o... da togliere) può inviare un messaggio a

liasimonetti@libero.it

 

sei il visitatore numero  Contatore visite

   
   

 

Il paese
- Un po' di storia
- Il posto

I nomi
- Le osterie
La chiesa  

                    

Le costruzioni
- La casa
  La stalla
  Il fienile, la legnaia

- L'aia
- Il forno
  Il pollaio e  lo stabbio

 

Il lavoro

- dei campi e nella stalla.
- in famiglia

- il lavoro dei bambini e dei ragazzi

 

Il.cibo                                       
- di tutti i giorni

delle feste
per i malati, i neonati, le puerpere

 


- La medicina  
per i

   cristiani e le bestie

 

- Le bestie e le piante

- I giochi

- L'abbigliamento

 

 

- I giochi

le filastrocche

 

 

 

-  Le occasioni sociali  1

feste

 - fiere

  Le occasioni sociali  2

-  nascita

- morte

- fidanzamento,

- matrimonio,

 

 

 

 

(in costruzione)

I personaggi caratteristici

La scuola

La religione

Gli usi

Racconti  

 

Il legno

l'acqua

la terra

la pietra

il fuoco

 

Ricette di cucina

 

 

 

San Nicola   - 1930 circa

La fotografia è stata presa nell'aia di Tugnàtt, il muro è quello della stalla.

 

Parliamo di una civiltà contadina, tipica dell'Appennino emiliano, nella prima metà del ‘900.  Dapprima era  inserita, anche se ai margini,  in un mondo la cui base economica era, da secoli, l'agricoltura, poi si trovò, sempre più rapidamente, trascinata in un'epoca  che stava  diventando industriale, nella crescita sociale ed economica del dopoguerra

Rappresenta oggi un modello di società completamente superato, cambiato. E questo è è inevitabile, probabilmente giusto.

Che sia anche dimenticato, questo è un po' meno inevitabile, un po' meno giusto ed è sicuramente un impoverimento, un'occasione perduta per tutti noi.

Non voglio tracciare un quadretto pastorale. Era durissima fatica sempre, qualche volta autentica miseria.

Ma c'erano alcuni elementi, che sono andati perduti, e sui quali varrebbe forse  la pena di riflettere un po'. Non per recuperarli (anche perchè in ben pochi casi sarebbe possibile), ma  perché, qualche volta, voltarsi a misurare il cammino percorso serve a valutare meglio il punto in cui ci troviamo.  

-----------------------------------------oOo-----------------------------------------

 

Il tempo, l'acqua, le stagioni, il denaro, il lavoro... avevano valenze molto diverse da quelle odierne. La  gente viveva con questi elementi in un rapporto talmente differente da quello di oggi che questa distanza ci rende persino difficile il confronto.  Siamo già passati oltre, siamo già passati al recupero, alla nostalgia di questi elementi, come se fossero lontani nel tempo, e invece sono lì, appena pochi decenni fa.

Siccome anche la nostalgia può diventare vendibile, con la velocità di assimilazione tipica della nostra epoca ne abbiamo già fatto cartoline, mercatini, moda "vintage" ( e perchè no? )   Il guaio è che ne abbiamo anche fatto circolare immagini strumentali e spesso  romantiche, edulcorate e falsificate, da soap opera.  Ci sono cascati anche illustri registi del cinema.

-----------------------------------------oOo-----------------------------------------

 

In questo documento non ci sono voci registrate, non ci sono filmati. Ci sono, in tempi relativamente recenti, delle fotografie.  Quelle sì, e sono tante. A volte sono microscopiche, formato francobollo da guardare con la lente,  e da quelle si capiscono tante cose: dai vestiti, dalle pose, dagli sguardi, dai posti.

Si capisce se la giornata d’inverno, sulla neve, era calda, a che punto era il lavoro dei campi, la stanchezza della giornata, se c’era di mezzo una partenza o un qualcuno lontano per il quale si era andati apposta dal fotografo, col vestito migliore e la dedica scritta volonterosamente, piano piano, sul retro, a lapis.

Dalle fotografie si intuisce l’umore…  

Gioviale e disponibile, quasi di orgoglio, nelle donne anziane che offrono al fotografo improvvisato il grembiule sciupato da una giornata di lavoro, i capelli malamente nascosti da un fazzoletto, gli occhi da trenta, quaranta, sessant’anni strizzati davanti al sole.

Sguardo scontroso o  timidamente civettuolo nelle ragazzine. Spavaldo, di sfida,  nei giovanotti.

Quasi sempre serio e sospettoso negli uomini, che per una volta si sono tolti il cappello e hanno la fronte più bianca del resto del viso. Ci sono certi visi, certe braccia che hanno il bruno lucido e le rughe profonde come tagli, uguali a quelle  che si vedono nelle fotografie  dei pellerossa, di fine ottocento.  Hanno quello stesso sguardo che si prende a guardare la campagna, l’orizzonte, molte ore al giorno, o a stare seduti a cena con la sola luce del fuoco.

Abbiamo visto più fotografie di Toro Seduto che del nostro bisnonno? Probabile.

-----------------------------------------oOo-----------------------------------------

 

Negli anni cinquanta e poi, ancora di più all’inizio dei sessanta, la ripresa economica portò un avvicinamento della campagna alla città.  La diffusione dei mezzi di trasporto, il maggior benessere economico  introdussero tecnologie che diventavano disponibili a tutti e, con esse,  alcuni modelli e stili di vita nuovi per il  mondo contadino,.

L’elettricità diventò una fonte di energia sempre disponibile, e con l’elettricità arrivarono la radio, il frigorifero, la lavatrice.

Si poteva comperare un po’ di più, rattoppare un po’ di meno. Lavare diventava meno faticoso e cambiarsi d’abito  non era più solo un avvenimento festivo. Le notizie, le novità, le canzoni, le mode  circolavano più in fretta.

Si poteva avere finalmente l’acqua in casa, il telefono in paese....

Il lavoro nelle città era abbondante, i mezzi di trasporto per raggiungerlo erano abbordabili e a  lavorare ci si andava benvestiti, non più con le braghe rappezzate. Entrava finalmente, dopo secoli, un po’ di denaro liquido, spendibile.  L’istruzione si diffuse rapidamente, azzerando l’analfabetismo nel giro di quindici anni.

Non intendo fare un’analisi sociologica, che già non saprei fare. Volevo solo tratteggiare, per sommi capi, l’atmosfera di speranza e di vitalità che ci ha avvolto tutti, in quegli anni. Nelle città il passaggio fu un poco più graduale, nelle campagne arrivò più tardi, ma tutto insieme, in poco tempo. 

Nei paesi come Agna questo significò un passaggio rapidissimo dall’Età del Legno all’Età della Plastica.  Dall’età dei buoi a quella del motore. 

Per prima cosa si “aggiustarono” le case.  Si diceva “ A fàma giüstàr la cà”.  Si misero scale in muratura al posto di quelle di legno, tapparelle al posto degli scuri, facciate intonacate e colorate sopra i vecchi muri di sasso. Si allargarono le finestre, si misero le serrature alle porte.

C’erano sempre motivazioni di salubrità, di igiene, ma, sotto sotto, c’era anche una comprensibile voglia di riscatto.... si buttavano via i vecchi attrezzi per filare, per tessere, per trebbiare, per lavare a mano... e  insieme si dava un calcio alla miseria, alla fatica, qualche volta alla fame. 

Per questo adesso, di fronte agli oggetti raccolti nei cosiddetti Musei della civiltà contadina, diciamo spesso: “Questo ce lo avevamo... chissà che fine ha fatto?” Non ricordiamo il momento in cui ce ne siamo liberati, né la gioia, pure legittima,  con cui lo abbiamo fatto. La roba vecchia si metteva sotto al portico, perché poteva far comodo  e il  riciclo era ancora in uso, ma le cose di legno si tarlarono rapidamente e finirono a fare fiammate nella stufa. . E intanto gli antiquari di città giravano per i paesi  regalando cucine di fòrmica in cambio di  tavoli e credenze di legno massiccio, spesso molto belli.

-----------------------------------------oOo-----------------------------------------

 

Un mondo senza motori, in cui la forza motrice era l'acqua o la forza animale. Gli attrezzi fatti per la mano dell’uomo, (spesso, anzi,  per la mano proprio di "quell'uomo" che se lo era costruito) .

I carri e gli aratri fatti per gli asini e per i buoi.

-----------------------------------------oOo-----------------------------------------

 

Un mondo in cui le abilità manuali necessarie erano innumerevoli ed una persona, all'interno di questo strato sociale, "valeva" di più, quanto più "sapeva fare" le cose necessarie alla vita di ogni giorno 

-----------------------------------------oOo-----------------------------------------

 

Un mondo in cui circolava pochissimo denaro, non si comprava quasi nulla, si produceva tutto, si aggiustava tutto, si andava in prestito, si faceva cambio.

-----------------------------------------oOo-----------------------------------------

 

Un mondo a maschio e femmina. Senza discussioni.  

Ruoli precisi, in casa e fuori, lavori maschili e lavori femminili.

-----------------------------------------oOo-----------------------------------------

 

Un mondo senza luce artificiale. Scandito dalle ore di luce e di buio.

-----------------------------------------oOo-----------------------------------------

 

Senza radio, giornali, cronaca. Senza scrittura, per molti. 

In cui raccontava, si parlava.  E si cantava parecchio, dappertutto: all'osteria, per strada, per lavorare, per stare in compagnia...

-----------------------------------------oOo-----------------------------------------

...Qui parliamo di questo.

 

 

 

 

 

Il sito non è finito: anzi, è appena incominciato. 

Continuo a raccogliere testimonianze, fotografie, ricordi.

Chiunque abbia qualcosa da aggiungere (o... da togliere) può inviare un messaggio a

liasimonetti@libero.it

 

 

sei il visitatore numero        Contatore visite