“Ed ora tutto andrà perduto, come lacrime nella pioggia …”     ( Blade Runner)                                       ritorna alla Home page             

Quando dico che sono di Agna è facile che l’interlocutore risponda: “Ah, sì, lo conosco…” 

E sì che non è proprio niente più di uno dei tanti piccoli paesi aggrappati ai fianchi delle nostre montagne. Con la stessa storia, lo stesso destino.  Però Agna ha qualcosa di speciale.

E’ in una posizione bellissima, tanto per cominciare. 


V
erso la Val Parma i Monte Caio, alto più di 1.500 metri,  con il  crinale orizzontale, quasi una parete concava, forma una specie di grande anfiteatro naturale.  A destra, vicinissimo, c’è il Groppo, con la sua inconfondibile forma di piramide spaccata, un triangolo di roccia delineato da una pelliccia di boschi.  Ai piedi del Caio, al centro di questo scenario, su un poggio tra due torrenti è accucciata Agna, a metà tra il cielo e il greto del Parma.

Agna adesso è un paese con i muri e le strade lisciati a cemento bianco, abitato per lo più d’estate; le case sono quasi tutte “seconde case”, anche se tutti coloro che vi sono nati (e i loro figli e i loro nipoti) mantengono con il paese un certo legame.

Ma non è sempre stato così.

Io ricordo Agna quasi cinquant’anni fa, completamente diversa. 

Con le case di pietra calcarea  bionda, presa dal torrente, con le finestre piccole, le porte di legno, il selciato per strada, molti tetti di piane, le legnaie di tavole e lamiera…Le stalle, tante stalle e  i carri agricoli al riparo sotto i portici. Le pertinenze della casa erano il forno, la legnaia, lo stabbio del maiale, il pollaio, la conigliera.  Era normale vedere vicino a casa la socca con piantata sopra la marassa;  vicino alla porta, due o tre bastoni appoggiati in piedi, in attesa di riprendere la strada. E, per la strada, qualche bida.  Le fontane correvano giorno e notte con un fiotto pieno e gelido che la terra buttava senza risparmio e le loro vasche ( gli arbi") servivano per dar da bere alle bestie. 

Era un universo di odori, ognuno particolare e parlante: il fumo di legna, il latte e il formaggio, il fieno, la paglia, il salice, il legno tagliato di fresco…

E poi gli odori degli animali: le mucche, i conigli, le galline, il maiale, le pecore, sebbene fossero tenuti puliti, avevano un’area marcata dal loro particolare odore. L’unico considerato veramente sgradevole era quello del maiale, gli altri facevano parte della vita di ogni giorno, significavano semplicemente cibo, calore, cose buone. 

Non c’erano rumori o suoni artificiali, musica o motori.  I soli  rumori erano quelli dei i carri a slitta (“i Viò” ) che scivolavano sul selciato, gli scarponi con le borchie di ferro sui sassi, la catena del camino contro il paiolo, i secchi vuoti che urtavano sulla pietra della fontana, i versi delle bestie, gli zoccoli di un gregge di pecore che irrompe improvvisamente in paese… ci sarebbe da divertirsi per un fonico che volesse ricreare una colonna sonora di quel periodo… Anche le persone usavano richiami e esclamazioni più frequenti, più forti, più gutturali di adesso, tra di loro e con gli animali.. Il dialetto di Agna era famoso per  essere chiuso, stretto, molto particolare rispetto ai paesi vicini, che ne facevano oggetto di eterne prese in giro.

Non sto cercando di fare un’operazione di nostalgia verso il caro , buon tempo antico: nessuno di noi si augurerebbe di vivere in quelle condizioni, non solo scomode, ma anche difficili da sostenere sotto l’aspetto igienico ed economico.  La nostra vita di oggi è quella che è. Ognuno di noi può rifletterci sopra, fare confronti e tirare tutte le conclusioni che crede. 

Sta di fatto che noi viviamo qui e adesso.

Ma ad Agna, nel corso degli anni passati, hanno vissuto centinaia, migliaia di uomini e donne, una generazione dopo l’altra, un secolo dopo l’altro. Vite difficili, faticose, entro limiti tanto ristretti da esser difficili persino da immaginare, vite che non hanno lasciato nessuna traccia . La sola evidenza del fatto che loro sono esistiti sono le case che hanno costruito, le strade che hanno tracciato e … noi. E’ fin troppo banale dire che senza di loro noi non esisteremmo. Eppure io trovo commovente pensare che ognuno di noi porta con sé un briciolo di qualcuno che duecento anni fa, all’una dopo mezzanotte, si è appoggiato a questo stesso cantone per parlare con un amico, che ha guardato fuori ogni giorno da questa finestra, che ha fatto cento volte questa stessa strada…

Quello che mi spinge a raccogliere tutto il materiale possibile è il bisogno di rendere visibili queste vite …invisibili; non solo individualmente, ma nel loro insieme, nella loro dimensione di comunità, di civiltà, di cultura (tanto per usare la parolaccia abusata).  Un gruppo umano che, come su un’isola, si organizza per sopravvivere, per produrre cibo, utensili per lavorare, idee per risolvere i problemi, parole per comunicare, gerarchie, usi e consuetudini, regole… Canzoni e storie e giochi .                                                                                                                          

Il villaggio come “isola”.  In un arcipelago di piccole isole.   L’antenato e l'antipodo del villaggio globale.

Mi sembra, ancora adesso, incredibile che i villeggianti camminino per queste strade, percorrano con le moto e i fuoristrada le vecchie mulattiere del Caio senza sapere che ogni filo d’acqua , ogni campo, ogni svolta della  strada, avevano  il loro nome, così che , nel discorso, c’erano riferimenti precisi, immagini e mappe  mentali perfette. Così che la terra e l’acqua  e le piante diventavano anche loro  personaggi familiari, appartenenti alla stessa storia degli uomini. 

Penso che queste siano cose preziose, importanti, bellissime. Mi sembra imperdonabile che, dopo essersi conservate e tramandate per secoli, da una mano all’altra, da una fatica all’altra, da una mente all’altra, debbano essere annullate e  dimenticate nello spazio ,brevissimo per la storia, di cinquant’anni.

Dicono che ai figli bisogna dare radici per crescere e ali per volare. Magari, fra venti o trent’anni, a mio figlio o alle bimbe di mia sorella o ai loro figli verrà la curiosità di sapere “da dove vengono”, quanto lontano si può arrivare nel cercare le famose radici, quali visi, quali  nomi, che pensieri avevano quelli che li hanno preceduti.  Magari sentiranno (come un altro cimelio !) “Radici” di Guccini e vorranno “capire l’anima che hanno”. 

E, se dovesse mai capitare, allora sarebbe bello che qualcosa trovassero, che qualcosa avessimo conservato per loro.

 

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