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  LE OCCASIONI SOCIALI  1

le feste comandate

le feste da ballo

la fiera

 

LE FESTE COMANDATE

Erano feste religiose, legate alla ricorrenza di un santo. 

Alcune di queste feste portano ancora abbastanza leggibile, la traccia della festa pagana che ci stava sotto. C’è spesso, nella nostra cultura,  un  rito legato alle stagioni, al raccolto, ai ritmi della terra, che è stato sostituito da una festa cristiana. La gente lo avrebbe festeggiato comunque, quindi la religione cattolica lo ha, per così dire “coperto”, con un santo.

Tanto per fare un esempio, per San Giovanni c’era in molti posti, e in parte si conserva anche a Parma, la tradizione  della rugiada benedetta, della notte magica  in cui si accendono dei fuochi all’aperto, si raccolgono le erbe medicinali, in cui si va fuori, nelle campagne, in compagnia...

Deriva, quasi senza variazioni, da un’antichissima usanza celtica che festeggiava la rinascita della terra dopo l’inverno, il  ritorno del raccolto, cioè del cibo.  Corrispondeva all’incirca al solstizio d’estate (21 giugno) e,in quella notte, si accendevano fuochi sulle colline, si celebravano riti di fertilità nei campi, si raccoglieva la rugiada che era considerata magica, si raccoglievano le erbe medicinali...

 

Le madonne delle Maestà hanno sostituito le divinità delle strade, che avevano i loro tempietti e simulacri agli incroci e al bivio delle strade.

 

 

V’gilia d’ Nadal = si faceva anche allora una cena di magro, ma di magro davvero! Insalata di patate lesse e baccalà bollito. A volte con una barbabietola rossa.    Le donne facevano gli anolini senza neppure poter assaggiare il ripieno, che era di carne. La vigilia era considerata nel suo significato originario di purificazione e penitenza.

Natale

Carnevale

Pasqua  ( si faceva germogliare il frumento al buio, perché le piantine diventassero bianche, e con questi vasi di erba bianca si decorava il Santo Sepolcro.

la Madonna.

San Nicola ( 10 settembre) I panini. Il prato sacro. La benedizione dei bambini.

San Matè (23 settembre) . L’osteria sui monti, il pranzo e il ballo sui prati. “I ‘ han fat cantar al fazz”

Altri santi patroni minori ( ad Agna ce n’erano due o tre : S. Nicola, S. Luigi, …)

i Morti e i Santi  (usanza di “al mez turdèl = il giorno dei Morti si lavorava nei campi, ma le donne stavano a casa e preparavano i tortelli di patate. All’ora di pranzo arrivavano gli uomini, ovviamente affamati,  e ricevevano soprannomi e porzioni diverse, secondo l’ordine di arrivo. Il primo che arrivava  veniva accolto dalle donne al grido di   “Evviva al poeu gulùs“ . Il secondo:  “Evviva al mèz turdèll”, con porzione abbondante, al terzo gli avanzi (in teoria): evviva  al leccapiatt!”)

Santa Maria (15 agosto) .

 

GUARDA COME SI FACEVA

I PANINI DI SAN NICOLA

 Si cominciava qualche giorno prima. Tutte le donne e le ragazze si riunivano in una cucina grande abbastanza, con tavoli grandi, e cominciavano ad impastare. Dal grande pastone nascevano dei panini grossi come una noce e ....qui entrava in funzione l’apparato organizzativo.

Già dal mattino venivano accesi tre, quattro forni presso le famiglie vicine. Erano pronte delle piastre di lamiera, ricavate tagliando e stirando dalle latte dell’olio o di altri generi alimentari . Su queste placche si allineavano i panini, in plotoni compatti non troppo vicini, ma che ce ne stessero il più possibile (ecco perché a volte se ne trovano due attaccati) . A questo punto saltavano fuori, da scatole accuratamente custodite presso persone fidate, degli oggettini a forma di piccolo timbro, col manico di legno. Il “timbro” , a guardarlo bene, era il disegno di un faccino, con l’aureola:  il volto di San Nicola.  L’immagine veniva impressa su ogni panino, schiacciandolo leggermente e facendogli prendere così quella forma di pagnottina.   Quel segno piatto e tondo che si vede sui panini cotti, reso ormai  illeggibile da lievitazione e cottura, tanto da sembrare l’impronta di un dito, è in realtà, il ritratto di San Nicola.  Compiuto questo gesto quasi sacro, le donne affidavano la piastra carica di panini ai bambini (scelti tra i più grandicelli e affidabili)  e questi cominciavano a fare la spola, portando le piastre piene di panini ai forni, dove altre donne erano in attesa per cuocerli. Una volta cotti li versavano nei panieri e li coprivano con una tovaglia; la banda di lamiera vuota, restituita ai bambini, ritornava alla cucina, per un altro viaggio di panini crudi. Va da sé che , di tanto in tanto, la buona volontà dei bambini veniva ricompensata e rinnovata con qualche panino appena uscito dal forno, da far saltare in mano perché si raffreddasse giusto quel tanto che bastava a farlo sparire in bocca, ancor quasi bollente. Dopo ripartivano con maggior allegria.   Noi consumiamo i panini dopo qualche giorno, dopo la benedizione della mattina di sagra, e sono ormai duri e secchi.  Ma chi ha la fortuna di averli mangiati caldi e profumati di forno, con la crosta leggera e croccante e quella briciola di mollica morbida, sa che la loro vera bontà è un privilegio di pochi fortunati.   Poi vengono custoditi fino al giorno della sagra, per essere  benedetti durante l”a funsiòn in t’i Ciòz, sut a la nuza ‘d San Nicola”. Dopo la benedizione dei bambini  ( e dei panini) alcuni uomini li  distribuiscono,  ripetendo infinite volte il gesto di raccoglierli dalla cesta con le due mani a coppa e lasciarli cadere in altre due mani , ugualmente raccolte a coppa, pronte per riceverli.

Si conservano in casa, dentro un fazzoletto o dentro una zuccheriera vuota, dentro il bufè della sala. La tradizione vuole che  la benedizione che hanno ricevuto durante la cerimonia resti viva dentro di loro . Durante l’anno, quando qualcuno in casa avrà un mal di gola o un altro malessere, si aprirà la credenza, se ne sceglierà  uno e lo si darà, magari spezzettandolo un po’,  al malato, che lo sciolga pian piano in bocca, perché “gli farà bene”.

 

 

LE FESTE DA BALLO

Di sagra si ballava. E si ballava sia di pomeriggio che di sera. Tra i ragazzi , alcuni più intraprendenti e con qualche soldo in tasca, formavano una specie di comitato organizzatore ( si diceva che “ i fàvin balàr”),  si organizzavano ( e si autotassavano) per andare a cercare i suonatori.  Ce n’erano, nei paesi intorno, che suonavano la fisarmonica, il violino, persino il mandolino. Si poteva ballare anche con un solo suonatore: se era di fisarmonica era meglio, ma anche il violino si prestava abbastanza bene. Il suonatore si metteva in un angolo della sala, seduto su una sedia,  e suonava, semplicemente.   L’altro compito degli organizzatori era quello di far portare nella festa una cassa di vino, verso la mezzanotte, con bicchieri per tutti.  All’inizio si ballava nella vecchia Sala ‘d Sabadèn, giù in fondo al paese.  Era una stanza grande, al primo piano, un rettangolo lungo e stretto, che veniva liberato dai mobili e circondato da una fila continua di seggiole.  Più tardi arrivarono i Festivalari , degli impresari che arrivavano col camion, scaricavano centinaia di assi e pannelli di legno e in mezza giornata montavano una balera coperta da un tendone,  completa di sedili,  biglietteria e insegna dipinta sopra la porta.  Era  “a’ Fastivàl”, era comodo e grande, con un po’ di borotalco sparso sul pavimento di legno si piroettava  benissimo. Aveva due limiti:  era legato alla bella stagione e richiedeva uno spazio perfettamente piano per essere piazzato. Col freddo e la pioggia non si poteva usare. Il posto per montarlo era esattamente quello dove adesso sorge il circolo, nel Casamént, sopra il canale, ma qualche volta fu montato anche in fondo al paese, nell’aia di Miclèn. In un paese  tutto in discesa come Agna, posti adatti ce n’erano pochi.

Le ragazze del paese avevano i loro parenti attorno,  quelle che venivano da fuori erano un po’ più disinvolte.

I ragazzi e le ragazze andavano a ballare in gruppo, quando c’erano le sagre nei paesi vicini.

Finché le automobili non furono abbastanza diffuse, vale a dire fino a metà degli anni sessanta, si andava a piedi. Si mettevano gli scarponi per fare la strada fino al paese, poi, una volta arrivati, si nascondevano in un cespuglio, si infilavano le scarpe da ballo e ...via!

 

Il ballo funzionava così:

Le madri, le nonne, le zie, si sedevano tutt’intorno alla sala e le ragazze sedevano  composte accanto a loro oppure a gruppetti di amiche, insieme.  Cominciava la musica. I ragazzi giravano intorno, guardavano. Quelli un po’ più disinvolti venivano a chiedere di ballare, con un sorriso, quelli più timidi facevano un segno col dito o con la testa, da lontano. Se uno non ti piaceva potevi sempre fingere di non aver visto. Se ti piaceva, era più che sufficiente per alzarsi e raggiungerlo.  Durante il ballo , siccome si trattava di tanghi e valzer e mazurche, le coppie si spostavano piroettando per tutta la sala e le accompagnatrici delle ragazze controllavano che il comportamento della coppia fosse corretto. Se la coppia si rendeva poco visibile o si stringeva un po’ troppo,  le accompagnatrici facevano valere il loro ruolo. Era assolutamente vietato per una ragazza, uscire dalla festa da sola con un uomo. Farlo equivaleva  a subire per lungo tempo rampogne e sospetti. Forse botte. Qualche volta un genitore inflessibile arrivava nella festa, chiamava la figlia davanti a tutti e le intimava un secco “ A cà!” . Era il massimo della vergogna. All’inizio si diceva che  la ragazza si era comportata male, poi, pian piano, si cominciò a pensare che , dei due, quello che si era comportato male era  il  padre. E  anche questo era un segno dei tempi che cambiavano.

 

LA FIERA

" A Corniglio. Da aprile in avanti c'erano due al mese, fiera e bestiame. Una al'inizio del mese, una verso il venti. Quella di giugno era fissa, il sei, come quella dei due d'agosto.  Il mercato del bestiame  davanti all'albergo ferretti, che poi lo hanno spostato dietro al castello.  I maialini compresi. C'erano le bancarelle. Davanti a Catullo c'era una bancarella che si chiamava Leoni, e veniva tutte le fiere e vendeva gli scampoli e i tagli di vestito, c'erano belli, meno belli e per tutte le tasche. Si usavano sia il sarto da uomo e molte sarte per le donne. Poi c'era il ferramenta e il banco delle cose utili per la casa: piatti, bicchieri, tutto quanto. Il formaggiaio era importante perchè allora non c'era neanche il caseificio. C'era lo scarpaio, anzi, c'erano in due o tre. Mio papà prima di andare alla fiera prendeva le misure dei piedi dei figli  o con un bacchetto, che poi si infilava in tasca, oppure faceva la sagoma del piede su un pezzo di carta , con la matita. C'era la merceria, due o tre banchi. Davanti all'orefice, Geremia, c'era un ortolano che veniva dalla Toscana e portava le semenze, fagiolini e fagioli da frasca, e le piantine da trapiantare nell'orto, compresi i cipollotti.  Un ortolano portava le primizie, i ciliegioni neri di Vignola e la frutta secca, i fichi e i datteri. C'era l'ombrellaio. C'era uno che vendeva gli specchi, e i  pennelli da barba, i rasoi... e anche qualche braccialettino e collanine per le  bambine piccole. Quello che aveva il pesce, ma era tutto sott'olio o sotto sale o secco: sardine, salacche, baccalà....

Delle sarte da donna  a Corniglio ce n'erano quattro o cinque . Per uomo c'è sempre stato Dunén , e uno era alla Migliarina, vicino al mulino, E poi c'era Ugo Longhi , che aveva un piazzale pieno di legna da vendere, la comprava dai mulattieri e la vendeva.  In cima alla Viassa c'era il ferramenta.

La Bottega di frutta e verdura si chiamava Bugiàn. 

C'erano due barbieri a Corniglio: Dorando e uno che non mi ricordo. Tre parrucchiere da donna: la Cisa e la Tina.  Una era la figlia di Ransetti, quello che aveva la macchina da battere. La Mariulén e sua sorella.  I Ferretti si erano messi a posto bene loro andavano a prendere l'uva e facevano il vino e lì si ballava. Facevano venire qualche suonatore da Parma. C'era Rota, che era un suonatore in gamba, suonava la fisarmonica. Ballare era il passatempo dei giovani e lì conoscevano le ragazze degli altri paesi."

 

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