OCCASIONI SOCIALI

 

 

il fidanzamento       

il matrimonio

la nascita 

la morte

l’eredità

 

 

 

IL FIDANZAMENTO   . C’erano, come oggi, diversi gradi di avvicinamento.      Corteggiare, fare il filo,  si diceva “pretendere” . E’ interessante notare che poteva essere anche una donna a “pretendere” un uomo, anche se, come si può intuire, era più raro. Il pretendente si chiamava “al partindén”.  “Al partindéva la Maria” . E voleva dire che, fin qui, la cosa era unilaterale.

Se fra i due c’era un’affettuosa amicizia pressoché platonica si diceva : “E gh’avin ‘na sempatia” .

Se invece la cosa era ufficiale e le famiglie erano al corrente, allora si diceva che i due  “si parlavano” : “si son parlati dieci anni”.  

Il fidanzato andava in casa, a giorni fissi, e si passava la sera seduti in cucina, mai soli: bene che andasse  si lasciava, a sorvegliare i due,  un fratellino piccolo. A volte la visita alla morosa richiedeva ore di strada a piedi, di notte, da un paese all’altro.  Significa, valutiamo bene, chilometri di sentieri o mulattiere nell’oscurità più completa, in mezzo ai boschi.  

Andare a morosa si diceva, in modo poetico e diretto insieme,  “andar a amùr”.   ”Vigión ‘d Carlàtt l’è andà a amùr per molti anni (c’è chi dice dieci…) da una ragazza del Pianadetto.  Poi…si lasciarono!

 Si può dire anche “amruzar”.    “E s’amruzàvin…”

Tra Agna e Ballone c’era una strada a mezza costa ( passava dalla “Costa”, appunto,  e iniziava più o meno a metà della strada che va ai Tufi) , che adesso non c’è più, invasa dalla vegetazione e in parte franata, ma che è stata all’origine di parecchi matrimoni.

 

Il corredo della ragazza si iniziava  a prepararlo presto, la tela si comperava da un ambulante che veniva da Carrobbio. O si faceva in casa, filando e tessendo la canapa al telaio. Poiché il telaio aveva una larghezza molto inferiore  a quella di un letto, le lenzuola si facevano “giuntando" due o anche tre teli, e quindi avevano una o due cuciture per tutta la lunghezza ( erano cuciture particolari, completamente piatte).  Erano anche spessi e di grana grossa, ma con l’uso e con i lavaggi a base di cenere si ammorbidivano molto.  Queste lenzuola avevano un profumo che ormai è diventato un luogo comune, una figura retorica del “buon tempo antico”, sfruttato persino nella pubblicità. Ma il fatto è che... ce lo avevano davvero.

Poi le ragazze e le donne della famiglia lo ricamavano, copiando il disegno da certi fogli di modelli che si stiravano col ferro caldo e lasciavano un segno blu, da seguire con l’ago.  I punti più frequenti erano l’orlo a giorno e il gigliuccio, che si facevano più semplicemente, dopo aver sfilato alcuni fili di ordito. Le cifre si facevano a punto croce o punto pieno.   A Corniglio c’era un negozio di merceria, più o meno di fronte alla chiesa ( lì c’era anche la farmacia, bellissima, rivestita di scaffali di legno scuro, con antichi vasi di maiolica) : la merciaia si chiamava Riccarda, era bionda e gentile, il negozio aveva un buon odore di stoffe nuove e di amido. Si andava dunque dalla Riccarda, a comperare matassine e fogli da ricalco, e poi si cuciva.

 

IL MATRIMONIO

Spesso il vestito di nozze era il primo vestito nuovo della vita. Fatto su misura, il primo che non fosse adattato di seconda o terza mano da un familiare.  Agli inizi del secolo era nero sia per gli uomini che per le donne; verso gli anni quaranta e cinquanta  le donne potevano azzardare anche stoffe chiare o colorate, ma quello sarebbe stato comunque il vestito della festa per molti anni futuri. 

 

Offrire il pranzo di nozze si diceva  “far al nòss” (sost. Maschile singolare!) Si faceva in casa, ed era la sola manifestazione di abbondanza connessa con la cerimonia. Niente regali, il viaggio di nozze, poi, era una stravaganza da ricchi.   Nel 1950, con le manifestazioni dell’anno santo, il parroco, Don Magnini, seppe che, per le coppie di sposi novelli che volessero andare in pellegrinaggio  a Roma, il viaggio in treno era gratuito. Si diede da fare. Vigión dai Tü e la Catén ad Càbar rinunciarono al pranzo di nozze e partirono, dopo una semplice bicchierata, tra molti auguri e ... qualche commento perplesso.              

 

Il pranzo di nozze richiedeva una bravura particolare per essere organizzato e cucinato. Ci volevano piatti un po’ più raffinati del solito, e poi dei dolci che fossero belli anche da vedere, e soprattutto una persona pratica e sicura in cucina,  perché tutta quella grazia di dio fosse preparata al meglio.  C’erano donne, in paese, che erano riconosciute come cuoche sopraffine e venivano chiamate apposta. Si poteva anche chiamarne una da un altro paese, ma doveva essere davvero molto brava, quasi una libera professionista.

Dopo il matrimonio la sposa andava a stare a casa di lui. La suocera l’aspettava sulla soglia di casa e le metteva in mano la scopa, a simboleggiare, secondo l’interpretazione comune,  i compiti e le gerarchie.

Sembra  però che, in tempi più antichi, questo gesto servisse ad assicurarsi che la ragazza non fosse... una strega! ( le streghe, si sa, appena vedono una scopa, si mettono a contare le paglie che la compongono) .  

 

LA NASCITA

 

Il mito

La Pildòra, al posto della cicogna, portava i bambini alle madri. Nell’attesa della consegna li teneva, poiché erano proprio piccolissimi, dentro le fessure del ponte della Maestà, che allora era tutto di pietra. A volte, a tendere l’orecchio, si sentivano piangere, tra il fragore delle acque che precipitavano dal salto sotto il ponte.  Le bambine andavano sotto il ponte, e ci andavano sempre in tante per farsi coraggio, a gustare questo femminilissimo brivido: il pianto dei bambini non ancora nati.  La simbologia della vecchia donna magica, del ponte, delle pietre e delle acque, collegata alla nascita, è veramente affascinante.

 

Gravidanza 

La gravidanza si definiva  “ess’r in compra”. Ai bambini si dice "ti ho comprato". "La zia è andata a comprare un bambino". E' una sorta di linguaggio familiare ad uso dei piccoli che incrociano nelle vicinanze.

 

Vi erano molte credenze popolari legate alla gravidanza, ma alcune di queste derivavano nientemeno che dalla scuola medica di Ippòcrate, nella Grecia Antica, che era rimasta per molti secoli. la sola medicina ufficiale :

Il bruciore di stomaco della gestante indicava che al bambino "stavano crescendo i capelli".

Le voglie alimentari della madre avrebbero lasciato un segno sulla pelle del bambino, nel punto esatto in cui la madre si toccava con la mano in quel momento, per cui, ad evitare gesti involontari sul viso, appena si avvertiva il desiderio di un cibo particolare, si procedeva subito a toccare deliberatamente una parte nascosta del corpo. Naturalmente anche spaventi o impressioni sgradevoli subiti dalla madre, qui come dappertutto, potevano causare problemi e difetti nel nascituro.

La madre doveva evitare di indossare collane o mettere attorno al collo qualunque altra cosa, perchè questo avrebbe significato altrettanti giri di cordone ombelicale al collo del bambino.

La forma del ventre della madre indicava il sesso del nascituro . "Pancia a punta non va in guerra" ( è una femmina).

Le macchie gravidiche sul viso della madre indicavano un neonato maschio. Un viso liscio, un bel colorito preannunciavano  una figlia femmina.

I nati all'ottavo mese di gravidanza, secondo la credenza popolare, difficilmente sopravvivevano. Si diceva che era più facile che sopravvivesse un settimino.

 

Parto 

Si partoriva nel proprio letto, con l'assistenza delle donne di casa e di una donna del paese pratica di aiuto alla nascita. Ce n'era più di una nei paesi, a cui ricorrere quando la levatrice era troppo lontana o  già impegnata.  A Corniglio, dopo la guerra, fu attivato un piccolo ospedale, che non aveva nessuna attrezzatura, ma che offriva il vantaggio di avere il medico, la levatrice e la farmacia a portata di mano, in caso di bisogno.

 

Puerperio

La puerpera riceveva una zuppa calda fatta di acqua, sale, pane, formaggio grattugiato ed una buona dose di olio d'oliva. Era buona e "rinfrescante" per tutto l'organismo. C’era una donna, in paese, che aveva avuto sedici figli, e diceva che ne avrebbe avuto volentieri un altro, giusto per poter mangiare ancora una volta la  “süpa con l’oli”.  La signora, oltre che un bel senso dell’umorismo,  aveva un’evidente facilità di parto, ma l’aneddoto la dice lunga sulla miseria dell’epoca.

La puerpera non poteva entrare in chiesa per almeno 40 giorni dopo il parto, perchè era considerata impura. La "quarantena" era  formalmente  conclusa da un breve rito di  benedizione  celebrato dal prete, e spesso coincideva col battesimo del bambino.

 

Allattamento = Si allattava il bambino secondo la sua richiesta e il suo bisogno. Biberon, succhiotti e latte in polvere erano cose molto lontane. I figli si allattavano per almeno un anno, ma spesso si andava tranquillamente oltre, anche perchè era ancora diffusa la convinzione che la lattazione desse una certa copertura contraccettiva.  Se la madre non aveva latte si ricorreva ad una vicina di casa provvista di abbondante latte, che fungeva da balia.

 

Cure al neonato

Si cercava di evitare lo svezzamento nei mesi caldi per non incorrere in malattie intestinali. Un alimento adatto per svezzare il lattante erano  le pappe con acqua e farina, fatta prima tostare in un padellino. La tostatura aveva effettivamente la funzione di rendere digeribile l'amido per lo stomaco del bambino ( sono quelle che oggi in commercio si chiamano "farine diastasate"). La stessa funzione avevano i famosissimi e tanto vilipesi "biasén" ( dal verbo "biasàr", masticare),  cioè i bocconcini di pane masticati dalla madre o dalla nutrice e poi introdotti nella bocca del bimbo. Al di là di ogni considerazione igienica, l'amido era in tal modo  pre-digerito dagli enzimi salivari ed era adatto all'apparato gastrico del piccolo.

 

Il bambino non doveva mai essere pesato, "perchè avrebbe smesso di crescere"   ( contrasta decisamente con la nostra  "doppia pesata"...) . Nel caso in cui una madre particolarmente moderna volesse pesare il proprio piccolo, poteva farlo di nascosto, utilizzando una semplice stadera appesa ad una trave.

 

Il bebè si fasciava come una mummia perchè crescesse dritto ( ma oggi sappiamo che le gambe storte erano causate dalla mancanza di vitamine durante la crescita e le fasce  servivano a poco) .Se il pupo si graffiava il viso con le unghiette, gli si fasciavano le braccia lungo il corpo, insieme al resto, e si risolveva il problema. Infatti al neonato non si dovevano tagliare le unghie e  i capelli, per non incorrere nella sfortuna.

Al posto dei pannolini si usavano dei grossi quadrati di stoffa ripiegati.  Potevano  essere di cotone felpato o spugna, e si cambiavano quando erano bagnati.

Per le irritazioni della pelle, che possiamo immaginare frequenti,  si usava la polvere di tarlo.

 

 

LA MORTE, IL CIMITERO

 

Si moriva in casa, naturalmente, come in casa si nasceva. Nel proprio letto, circondati dalle persone della famiglia.  Al cimitero si scavava una fossa, si metteva una croce di ferro o di legno: l’una e l’altra erano compito dei figli maschi o di altri uomini della famiglia. Le croci più antiche, di legno, portavano solo le iniziali.  Chi poteva spendere aveva una lapide di pietra.  In Varzà ci sono ancora delle tombe in muratura, molto belle , come quella che Minghèn ‘d Tugnatt fece per suo padre, Andrea Priori. Le tombe di marmo, come quella della Minghen’na,  iniziarono a comparire nel dopoguerra.

I  bambini non ancora battezzati venivano sepolti fuori dal cimitero, vicino al muro. Quelli già battezzati invece avevano un posto tutto per loro, nell’angolo a destra entrando dal cancello.

Morire si dice quindi, secondo un eufemismo diffuso ovunque , "andar in Varzà".

 

L'eredità

Si diceva “dividere”.  Si diceva : “Quand j’ama  diviz”   “ E n’an ancùra diviz”.

Si divideva la proprietà in lotti, di valore più o meno simile, magari con l’aiuto di uno che se ne intendeva o di un geometra. Ogni lotto veniva scritto su un biglietto.  Poi un bambino veniva chiamato a estrarre i biglietti da un recipiente. Ad ogni figlio o erede toccava un bigliettino con sopra scritto un lotto.  Dopo si andava dal notaio a far rogito. Oppure no. A scelta.