vv  IL LAVORO IN FAMIGLIA

 

LE DONNE ( dati da completare)

I lavori di casa erano  molti, ed andavano ben oltre la normale pulizia di arredi e biancheria, come si intende oggi. Come accadeva per la cucina, si trattava anche di fabbricare alcuni beni,che di norma non si acquistavano.

 

La pulizia della casa 

Per quanto la serie di lavori domestici fosse simile a quella attuale, differivano invece moltissimo gli attrezzi e i prodotti a disposizione delle massaie. La scopa era di semplice saggina o di crini vegetali.     Non esistevano spugne, né naturali né sintetiche, se non nel dopoguerra. Per strofinare, lucidare, pulire, si usavano stracci e straccetti adeguati . Si trattava  di vecchi indumenti, tagliati e destinati, secondo la morbidezza, a compiti diversi: un vecchio paio di calzoni andava bene per lavare il pavimento, un cotone morbido per spolverare o pulire i vetri.

Una mussola o un'altra stoffa a trama  fine si metteva da parte per filtrare il latte o il brodo, o per sgocciolare la ricotta. Una vecchia coperta sarebbe stata destinata a coprire il pane durante la lievitazione o il trasporto, ecc... 

Un pavimento di piastrelle si teneva come si farebbe oggi.

Per spazzare il pavimento di piane, invece,  occorreva prima spruzzarlo di acqua per non sollevare polvere. Il gesto era il medesimo che si usava per inumidire i panni da stirare: si immergeva la punta delle dita in una scodella d'acqua e si scuoteva la mano verso il basso, in modo da spargere una miriade di gocce, il più piccole e uniformi possibile. Si diceva "brűscar". Dopo aver spruzzato il pavimento si spazzava, qualche volta si lavava con uno straccio.

 

I piatti si risciacquavano con acqua calda e la risciacquatura si metteva in un secchio, per il beverone delle mucche.

 Non esistevano detersivi, detergenti, bottigliette e spruzzatori.

Vicino al lavandino era disponibile un recipiente contenente il sapone:  alcuni, di latta o di ceramica, erano fatti di diversi scomparti, con sopra scritto: sapone, sabbia, soda. E questi erano i prodotti a disposizione per lavare piatti e pentole. Per togliere le macchie bastava intingere lo straccio umido nella cenere del camino. Le pentole si pulivano con soda e sabbia. Si usavano sabbia e aceto, per lucidare il rame.

Il sapone era il classico sapone da bucato, che, nei periodi di magra, si faceva in casa, facendo bollire a lungo grasso e soda.

Per sporco particolare si poteva ricorrere all'aceto, alla benzina o allo spirito.

 

Il bucato e la stiratura

Il bucato è uno dei miti più abusati, uno dei luoghi comuni più frequenti: il profumo del bucato di una volta, il bucato steso sui prati, il bucato asciugato al sole...

Era in realtà un'operazione durissima e faticosissima.  Il bucato grosso si faceva una volta al mese, ma le cose più piccole si lavavano ogni volta che ce n'era bisogno.

I panni da lavare si mettevano dentro un mastello di legno, munito di un tappo alla base. Sopra di esso si stendeva un vecchio telo e si riempiva di cenere. Vi si versava sopra, magari usando un vecchio vaso da notte, dell'acqua bollente, e, quando era coperto d'acqua, si lasciava riposare per molte ore. Anche tutta al notte. La mattina dopo si toglieva il tappo e si faceva uscire l'acqua sporca ( il ranno,  "al ram"  )   A questo punto veniva la parte più faticosa.  I panni andavano sfregati e sbattuti su un'asse, per togliere le macchie, e poi risciacquati. Quest'ultima operazione richiedeva molta acqua pulita e quindi si andava al canale o ad una fontana adibita a questo scopo.  L'acqua corrente era gelida, in tutte le stagioni. Un lenzuolo  matrimoniale di canapa, inzuppato d'acqua, pesa dagli otto ai dieci chili e farlo andare su e giù, su e giù, dentro l'acqua gelata, a forza di braccia e di schiena, richiedeva un buon allenamento. Le ginocchia si indolenzivano sulla pietra che faceva da inginocchiatoio, i vestiti e le scarpe si bagnavano  e le mani, d'inverno,  si riempivano di screpolature e di geloni. Le mani e le ginocchia di una donna anziana portavano le tracce  delle centinaia di bucati fatti.

 

( " Ho partorito a febbraio. In gennaio tornavo dalla fontana col mastello di panni lavati e il grembiule bagnato che avevo davanti si gelava strada facendo: arrivavo a casa col grembiule stecchito come un pezzo di cartone. " ) .

 

I capi  più piccoli si strizzavano a forza di braccia ; per strizzare le lenzuola invece ci volevano due persone , che le prendevano  alle estremità, ma anche così non era facile.  Infine si poteva stendere dove si voleva: sulle siepi, sull'erba, sulle corde tese apposta.  Le vacche e le pecore erano ghiotte di panni lavati, e capitava facilmente che si fermassero a brucare un canovaccio o una camicia. Una vacca poteva mangiarsi anche un piccolo lenzuolo, se ne aveva il tempo.

 

 

Mia madre era vicino alla fontana e stava risciacquando in un secchio un piccolo bucato di indumenti leggeri.   Di mano in mano che aveva strizzato un capo  lo metteva in un catino di smalto, accanto a sé, sulla muretta della fontana, e continuava a sciacquare  altri panni nel secchio.  Io stavo alla finestra della camera e guardavo la gente per la strada. Si sentì il rumore dei campanacci, tre o quattro mucche arrivarono, senza padrone, si avvicinarono alla fontana e bevvero dalla vasca. Mia madre continuò a lavare nel catino. Una delle mucche, prima di allontanarsi, si fermò ad annusare il catino dei panni strizzati, poi tirò fuori una lingua lunga e prensile e ...si pappò la cintura del mio vestito della festa. Era lunga due metri, la cintura, così ci veniva un bel fiocco dietro la schiena. Io gridai. Mia madre si voltò e vide l'ultimo palmo di stoffa sparire dentro la bocca della mucca. Allora, davanti ai miei occhi sbigottiti, mia madre aprì la bocca della mucca, ci infilò dentro una  mano, e poi il braccio ... La  mucca restava immobile, con la bocca aperta, mentre mia madre recuperava un lembo della cintura e la tirava fuori tutta, come la corda di un pozzo.   E io ero rimasta immobile, a bocca a aperta, esattamente  come la mucca.

Ho imparato in quell'occasione che :

1° - le mucche non hanno i denti di sopra

2° - che, qualunque cosa si faccia loro,  non mordono.

 

 Stirare

Si stirava sul tavolo di cucina, generalmente di marmo, sul quale si stendeva una coperta pesante, piegata più volte. Sopra si metteva un telo bianco pulito.   Si inumidiva il bucato con l'acqua di una scodella, con lo stesso gesto del "bruscare" che si usava per bagnare il pavimento. Si arrotolavano bene i panni  per mantenere l'umidità... Poi si stirava. Con le attuali assi pieghevoli è più facile stirare le camicie, le cose piane invece venivano molto bene su un bel tavolo ampio.   Ma soprattutto era complicato, in epoche pre-elettriche, scaldare il ferro.  Ce ne volevano due, di quelli di ferro pesante, pieni, da scaldare sulla stufa e da usare alternandoli. Oppure uno di quelli alti, col coperchio, da riempire di brace.  Il meglio era disporre di una batteria di ferri di vario tipo e misura. Quelli di ferro massiccio si potevano trovare in diverse misure, fino a quelli piccolissimi per pieghine e pizzi.  Quel che è più curioso, per noi , è che si stirava tenendo in mano le presine, perchè il manico del ferro da stiro era bollente.

E, quando si toglieva la coperta, il tavolo era bagnato, per la condensa che si formava fra il marmo freddo e la coperta. calda e umida.

 

Lana

Anche se le pecore venivano lavate prima di tosarle, la lana, dopo la tosatura, andava lavata, in acqua saponata e calda, sciacquata e stesa al sole ad asciugare, per eliminare impurità, ma soprattutto il grasso naturale della lana ( la lanolina), dall'odore sgradevole . Poi la si destinava a imbottire trapunte e trapuntini,  cuscini o materassi ( ad esempio quella scura o corta) . Quella più morbida, bianca e lunga invece si filava, con i consueti attrezzi: la conocchia e il fuso. Si avvolgeva in matasse con il guéndal , poi dalle matasse si facevano gomitoli.

Siccome ci sono sempre molti modi per fare uno stesso lavoro, anche un gomitolo si può fare  o semplicemente avvolgendo il filo sulla mano, a caso, oppure si può fare... col buco.  C'è un modo per avvolgere il gomitolo lasciando ai due poli un foro profondo, attorno al quale i fili girano creando una geometria perfetta. Questo gomitolo rimane bello e compatto anche mentre rimpicciolisce, fino all'ultimo codino di filo: è un gomitolo duro come una palla da tennis, ma il suo pregio consiste nel tenere ben tesa e stirata la lana, il che tornava  utile soprattutto nel caso ( molto frequente ) in cui la lana provenisse da un vecchio lavoro a maglia disfatto. 

Per stirare bene il filo già usato c'era anche un altro sistema: si facevano matasse morbide, avvolgendo il filo tra pollice e gomito ( la matassa diventava lunga quanto l'avambraccio). Poi si lavavano ed infine si stendevano ad asciugare infilandole, una dopo l'altra,  in un bastone. Un manico di scopa poggiato su due mobili andava benissimo.

Un altro bastone si infilava nell'occhiello inferiore delle matasse e lo si lasciava infilato così, senza alcun sostegno. Con il suo peso teneva ben tese le matasse che, asciugando,  tornavano come nuove.

Allo stadio di matassa la lana veniva, se necessario, tinta. Si tingeva usando il colore in polvere acquistato dal droghiere, ed il prodotto era uno solo: il vecchio Super Iride della premiata ditta Ruggero Benelli, il cui manifesto aveva come pubblicità un demonio ridente che danzava su un arcobaleno. C'erano però anche un paio di tinte che si potevano ottenere con prodotti naturali. Le bacche del sambuco davano un certo rossiccio, il mallo di noce, invece,  dava una tinta tra il marrone e il verde, che qualcuno mi ha descritto efficacemente come "color bida" . Questi colori, più che da soli, erano buoni per essere mescolati con un filo naturale e davano così begli effetti mélange.

 Per lavori più fini, destinati alle ragazze o ai neonati, si acquistava la lana parigina, ad un capo solo, che si chiamava col nome poetico di "Lan'na ad sippria", lana di cipria.

 

tingere i filati e i capi da rinnovare

lavorare a maglia  (scapinèla, maglia di pecora estate e inverno)

 

 

canapa

La canapa cresceva in luoghi umidi, con caratteristiche particolari, raggiungendo l'altezza di due metri circa. La fibra tessile era costituita da lunghi filamenti molto resistenti, che percorrevano il gambo per tutta la lunghezza. Dopo la raccolta i gambi privati delle foglie venivano messi a macerare nell'acqua, per ammorbidire le parti da eliminare, poi battuti con mazzuoli di legno o apposite gramole scanalate,   per eliminare tutti i detriti  vegetali e liberare i filamenti.  Si ottenevano così matasse di stoppa. Esattamente quella che usano gli idraulici per avvolgere le giunzioni dei tubi.  La stoppa poi veniva filata, come la lana.  Con una particolarità: per riuscire ad avvolgere su se stesse le fibre di canapa,di per sè dure e secche, occorreva mantenerle leggermente umide e a questo si provvedeva  inumidendo continuamente il pollice e l'indice sulle labbra. C'era persino un trucco per produrre saliva a sufficienza: si teneva in bocca un pezzo di  pera secca.  La canapa così filata veniva poi avvolta in matasse con il guéndal e infine tessuta al telaio.

 

                                 ( in costruzione)

tessere

 

cucire e rappezzare

cardare la lana e fare i materassi

fare cuscini

cucinare

fare il pane

fare la sfoglia

 

fare il sapone

 

 

Facciamo il formaggio   (descrizione della Caterina)

"Si portavano a casa questi secchi pieni di latte, si colava (con al coladór, di legno, poggiato su un triangolo di legno) "In tal coladór a gh’era al clüm " ( che era una scorza di una pianta, fine  fine, ben lavata e rinsecchita,  arrotolata) Si colava il latte da tutte le impurità. Quello della sera soltanto. Si metteva dentro delle zuppiere larghe e basse, di terracotta, davanti alla finestra, se era estate. D’inverno invece si scaldava leggermente sulla stufa prima di andare a letto . Al mattino si toglieva la panna e si metteva da parte per fare il burro.

Con un bastone tagliato in quattro per il lungo si faceva una frusta per il burro.  Con questa frusta si batteva la panna per fare il burro.  La sàngla si usava d’inverno perché il latte era più grasso. Si lavorava un pochino con la mano in modo che fosse ben raccolto, si buttava via il siero, nel recipiente si metteva un po’ di acqua fredda e si lavorava ancora, in modo che buttasse fuori tutto il siero. Se lo vendevi figuravi bene perché si manteneva fresco e non diventava acido presto. Era dalle gocce del siero che partiva l’inacidire del burro, meno ce n’era e meglio era.  Alla fine facevi un panetto con la forma e il peso che volevi.  Si facevano dei disegni con la punta del cucchiaio. Si avvolgeva dentro  delle  foglie grandi,  fresche, ben lavate e quella era la carta.  Oppure si poteva comprare della carta oleata. Non c’era altro.

Il latte si metteva nel paiolo e bisognava mettere il caglio (al cagg’)  Il caglio lo faceva anche Batist, che aveva le capre. ( nota: era un pezzettino di stomaco di capretto essicato. )  Ne prendevi un mezzo cucchiaino, lo scioglievi con un dito in una scodella e lo colavi col colino dentro al latte. Dopo un’ora o due il latte era cagliato e bisognava romperlo con il mestolo forato. Si sbatteva in modo da far venire dei granelli piccoli, si lasciava riposare un’oretta, si e no. Quello era il barsòc. Poi ti prendevi la fattora, con la basla sotto e te la mettevi vicino. Dal paiolo prendevi la caggià, con le mani, e la tiravi verso di te, per farla tornare compatta. Poi la raccoglievi, la stringevi bene per far scolare fuori il siero e la mettevi nella fattora. Quando la fattora era piena, la schiacciavi ancora bene con le mani per far uscire le ultime gocce di latticello, voltandola sopra e sotto più di una volta. Alla fine si metteva il sale grosso, da tutt’e due le parti e si lasciava riposare.  Il giorno dopo si metteva sopra un’asse sospesa, che si chiamava “furmajara” e si cominciava la stagionatura. Dopo quindici o venti giorni era già buono da mangiare. Se si voleva si poteva lavare la crosta del formaggio in stagionatura col latticello rimasto dopo che si era fatta la ricotta. Si lavava con uno straccino e si lasciava asciugare bene.

Dopo tre mesi era buonissimo da tavola. Dopo sei mesi si poteva anche usare da grattugiare.

 

 Poi si faceva la ricotta. Il siero rimasto nel paiolo si metteva sul fuoco e si scaldava molto lentamente. Dapprima veniva a galla ancora qualche fiocco di barsòc. Quello bisognava toglierlo perché era ancora formaggio, era più duro della ricotta e la faceva diventare meno buona. Si dava ai pulcini, che lo mangiavano volentieri e gli faceva bene.  Poi saliva a galla la ricotta vera e propria, la si raccoglieva col mestolo forato e si metteva in un telo pulito.  C’era un pezzo di corda appeso in cucina, che era la corda della ricotta, e si legava questa pezza, poi si appendeva sul lavandino a scolare. Se si preferiva una ricotta più morbida e meno asciutta si metteva direttamente nella scodella, senza sgocciolarla. "

 

 Ho un ricordo molto dolce. Un ricordo di ricotta.

Ero bambina, di cinque o sei anni, vestita col vestito della messa, e gironzolavo, aspettando che mi chiamassero a tavola, tra la casa dei Tufi e gli Aqualén. Sul viottolo sotto la casa di Oreste incontrai sua moglie, la Maria. Anzi, la Maria d'Oreste.  Aveva in mano un pugno di ricotta e me la mostrò, immaginando che io, bambina di città, non ne avessi mai visto. Io la ricotta la conoscevo, ma donne che andassero in giro per la strada con manciate di ricotta così, in mano, non ne avevo mai viste. La Maria d’Oreste mi spiegò che la portava ai pulcini, che ne erano ghiotti, e che i pulcini non avevano bisogno neanche di un piattino, per mangiarla. "Vuoi assaggiarla? E' buona !" Mi disse. E io allora ne presi un pizzico, poi un morsichino, poi una beccatina... E poi mangiai tutta la ricotta dalla sua mano, che sapeva di fumo di legna e di latte fresco.

 

GLI UOMINI           

la costruzione e la manutenzione della casa

Ogni uomo era muratore e, se non tutti erano capaci di progettare e costruire una casa dalle fondamenta al tetto, erano però in grado di farlo sotto la guida di  un muratore più esperto.  La costruzione e la manutenzione della propria casa erano lavori che gli uomini, all'occorrenza, sapevano fare. Il muratore era infatti uno dei pochi lavori stagionali che il contadino poteva fare quando emigrava verso la pianura o all'estero. Per costruire una casa non c'era bisogno di ingegnere, geometra o architetto. Il muratore faceva tutto quel che serviva.

 Tanto che un vecchio di Agna, in visita a Milano presso alcuni parenti, restò a bocca aperta al cospetto del Duomo ed il suo commento fu: “ Cüsti  j en müradùr!”,  Questi sì che sono muratori!

 

la riparazione degli oggetti di casa.

Soprattutto durante l'inverno, quando i lavori dei campi erano fermi,  ci si dedicava  a lavori di manutenzione e di aggiustatura. C'erano da impagliare sedie, con la "pavéra" , c'era da rifare la grattugia con un pezzo di lamiera e un chiodo, da affilare la lama dei coltelli, rifare il manico degli attrezzi, aggiustare gli ombrelli,  risuolare e rappezzare le scarpe ecc…

 

Il calzolaio

Alcuni erano abili nella concia delle pelli, di vitello o di coniglio. Quelle di coniglio si vendevano, mentre quelle di vitello servivano per fare le scarpe ai figli. C'era chi aveva forme e modelli e deschetto da ciabattino e faceva non solo le riparazioni, ma le scarpe vere e proprie. Qualcuno lo faceva  solo per i familiari, altri, come Tognella, lo facevano anche a pagamento.

 

 ( dati da completare)

 

Andare al mulino

masàr al nimal

 

I BAMBINI

I bambini erano utili per moltissimi lavori:  in pratica per tutti i lavori di manovalanza purché non fossero eccessivamente faticosi. Questo era il solo criterio discriminante: il tempo che rimaneva loro per il gioco e la scuola era abbastanza poco. 

Il principale incarico dei ragazzi era portare al pascolo le bestie. Uscivano la mattina presto e tornavano a pranzo, per poi uscire di nuovo, fino a sera.  Oppure, se il pascolo era lontano, portavano con sé il pranzo e tornavano solo alla  fine del pomeriggio. Avevano il compito di mantenere gli animali a pascolare dentro i terreni della famiglia, far sì che mangiassero a sufficienza e impedire che facessero danni nelle proprietà altrui. Dovevano inoltre riportare a casa tutti i capi senza perderne nessuno e senza che "si gonfiassero" o che rotolassero giù da una riva .  Una volta arrivati a  casa i bambini potevano ancora abbeverare  le bestie e, se non lo faceva un adulto, governarle preparando la lettiera e  pulire la stalla. Queste semplici attività implicavano tuttavia un ventaglio di competenze tutt'altro che banale.

Occorreva conoscere  confini delle proprietà, i diversi tipi di erba e il suo grado di maturazione vegetativa, le misure di cibo e di acqua adatte al benessere degli animali, le caratteristiche e i rischi dell'ambiente e degli attrezzi, i comportamenti giusti.

In casa erano utili per fare cento piccoli servizi: andare per acqua, andare a prendere le uova nel pollaio o portare da mangiare alle galline, portare il beverone alle mucche, portare la legna in casa, fare commissioni presso i vicini.

 

Le bambine imparavano prestissimo a pulire la casa, a governare le bestie e cucinare. Se erano troppo piccole per arrivare a lavare i piatti o impastare la sfoglia, poco male... salivano su uno sgabello. Una bambina sui dieci anni era la migliore delle bambinaie per fratelli e cuginetti neonati, dei quali si occupava per intere giornate, arrivando fino al lavaggio dei loro pannolini, buona palestra per i bucati futuri.

 

I maschietti delle famiglie meno abbienti, verso gli otto, nove anni venivano mandati “par garzón” presso una famiglia benestante; la scuola non era un problema, perchè pochi la frequentavano oltre la terza elementare.  Ci si accordava con una famiglia di un paese vicino, ma "vicino" era un concetto molto relativo per chi si poteva spostare solo a piedi ed, in genere, significava tornare a casa solo la domenica o anche una volta al mese.  Carobbio  o Bosco potevano essere mete possibili, perchè lì c'erano famiglie abbastanza facoltose da poter mantenere una bocca in più, in cambio di un po' di lavoro. 

 

Le ragazze, dopo i tredici anni, andavano “par serva”, a casa dei signori, in città, insieme ad una sorella più grande o comunque una parente.   A volte persino a Milano, a Genova, a Torino.   Equivaleva a un master: acquistavano belle maniere, imparavano a vestirsi e a parlare bene l’italiano, tiravano fuori dalla valigia  calze di seta e sandali coi tacchi,  usavano con disinvoltura  il treno, gli autobus,  e godevano anche  un po’ di “bundansa”. Andavano al cinema  e fumavano persino, a volte, qualche sigaretta Macedonia o Serraglio, di nascosto dalle madri.  Quando d’estate andavano a mietere e a fare il fieno, si coprivano le braccia per non abbronzarsi troppo.

E alla fine sposavano uno di città, che non facesse loro lavorare la terra. Tornavano d'estate, ad aiutare la famiglia nei campi, poi, quando nessuno più lavorava i campi, cominciarono a portare i figli dai nonni per le vacanze. E poi furono loro a portare i figli dei figli.

 

C'erano anche lavori stagionali a pagamento, adatti alle donne e ai ragazzi. Generalmente si trattava di formare squadre che, per un periodo di qualche settimana, andavano a raccogliere  nocciole nei pressi di Berceto o castagne, verso Sivizzo. Si diceva "andar par coidóra" ( letteralmente: per (rac)coglitóra ) .

 

La Caterina , a quattordici anni, andò par coidóra a Sivizzo. ( cioè a Sfìss)

Un benestante del paese, proprietario di grandi estensioni di castagneto,  aveva messo insieme una squadra di ragazze per "la campagna delle castagne", come diremmo oggi. Dovevano raccogliere, seccare, sbucciare e il lavoro durava un mese . In cambio ricevevano vitto, alloggio ed un compenso. C'era poi il clima  di animazione di un gruppo di ragazze adolescenti che si trovavano per la prima volta a lavorare da sole, fuori casa, mangiando e ridendo a crepapelle.   In capo a un mese la Caterina era cresciuta di parecchi chili (risultato di una dieta a base di castagne) e tornò a casa con il suo stipendio:  lo stipendio era di ....quattro sacchi di castagne. Fece il suo ingresso in paese, tenendo per la cavezza  l'asino che il padrone le aveva dato in prestito, per trasportarle. Con quelle castagne, la famiglia passò un ottimo inverno: una parte fu trasformata in farina per fare castagnaccio, le frittelle e la pasta,  un'altra parte rimase intera nei sacchi, per essere mangiata cruda, "come passatempo" o lessata nel latte, per cena e per colazione.