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IL LAVORO

Il lavoro non aveva un corrispettivo economico di riferimento. Questo è difficile da capire per noi, adesso. Non si era abituati a calcolare quanto valeva un’ora di lavoro. Non qui. Se si andava a lavorare fuori dal paese e ti pagavano, allora si faceva una tariffa a giornata, ma qui no. Qui si faceva semplicemente quello che si doveva fare, quello che serviva. Ci poteva volere anche mezza giornata per tagliare l’erba con un falcetto a mano su per una scarpata, intorno ai cespugli. Era solo mezzo carretto d’erba, ma faceva comodo anche quella, per i conigli. E il sottobosco pulito aveva un suo valore. 

Per fare una maglia di lana bisognava accudire la pecora, tosarla, lavare la lana, filarla, tingerla  e infine lavorarla ai ferri.  Ore e ore di lavoro.

Una fascina di legna raccolta nel bosco, suddivisa secondo la grossezza e la lunghezza, legata e portata sulle spalle fino a casa? Praticamente senza prezzo.

Per fare un paio di scarpe occorrevano molte operazioni diverse, scuoiare il vitello, conciare  la pelle, ammorbidirla, prendere le misure, tagliare il modello, e infine cucire e inchiodare e ribattere....

Se volessimo stabilire oggi, con i nostri parametri, il pezzo di queste scarpe .. concluderemmo che non ne vale la pena. Ma a quei tempi il tempo per fabbricarle c’era, invece il denaro per comperarle, quello non c’era. Tutto qui. 

E la conseguenza diretta era che si riparava tutto, si rappezzava tutto, si aggiustava tutto.

Si comperava poco, insomma. Circolava  poco denaro, e, al suo posto, si utilizzavano molte abilità e competenze.

Ma nel fare un lavoro manuale semplice e conosciuto, si pensava, si ragionava, si trovavano soluzioni, si inventava. E poi si parlava, si cantava. O si stava a guardare il fumo del camino, lasciandosi scivolare nel soprappensiero.  La manualità e  la creatività  erano un corredo naturale.   L’uso del tempo era legato ai ritmi del sole, delle stagioni, del pasto, del sonno. Pochissimi avevano un orologio. Ed erano gli uomini. Le donne e i bambini andavano a dare un’occhiata alla sveglia sul camino della cucina per sapere se era ora di merenda o di far da cena.   Si raccontava molto, c’erano persone particolarmente abili a raccontare storie, a tramandare episodi e aneddoti, a inventare anche molto.  C’erano momenti dedicati al racconto, all’ascolto;   anche all’ascolto collettivo, un ascolto cui partecipavano anche gli occhi e il respiro, il cuore e le mani... 

 Ma per la maggior parte del tempo,  in ogni momento della giornata e della notte, quando si faceva una cosa...  si faceva solo quella. Con la testa e con le mani. Con la concentrazione e la centratura mentale necessari.  Forse era d’aiuto nel mantenere le facoltà mentali fino a tarda età.

 

LAVORO DEI CAMPI E DELLA STALLA  

 

PER GLI UOMINI

 

LE ATTIVITA'   =      guarnar, monzar, arar, samnar, rabgar, médar, zgar, rastlar, cargar, far al quadar in t’a fnil, andar par làgn,

La costruzione e la manutenzione dei  carri  =     al viol, ( plurale i viòla brusella, la bànna, ( con i suoi vari usi, dal trasporto di infermi alla gabbia per chiocce) al b’non

La costruzione e la manutenzione degli attrezzi    =  per segare, tagliare, mietere, rastrellare, arare e zappare, per raccogliere  le messi, per lavorare il legno.

I CARRI

Il mezzo di trasporto agricolo di base è il viòl formato da due pali uniti a V; la punta viene infilata nel giogo dei buoi, mentre le due estremità posteriori strisciano a terra; circa mezzo metro prima della fine di ogni palo, vi è fissato sopra un secondo palo come una prolunga; sia i primi che i secondi sono tenuti da traversini. Sopra questa base possono essere infilati dei listoni verticali infilati i un travetto fissato ai traversini per il trasporto di fieno o ramaglie (la "traggia") oppure può essere sistemata una grossa corba di verghe dicastagno. L'insieme si chiama la bènna, la quale serve a trasportare prodotti agricoli o letame.
La benna, è una voce di origine gallica.
La Voce viö, la trovo italianizzata in viola in alcuni documenti del 1622 (Archivio Vescovile, Biblioteca Seminario, Sarzana): " di fieno una viola e mezzo".
La voce viö deriva da via. Vedi il romagnolo viòl (viottolo) o l'antico bolognese viola: quindi al viòl è il carro o la slitta che passa sulla viola.

 

la benna   il viol

 

 

La brosella deriva il suo nome dal lombardo  “broz” ( barocc' ?) . Era un carro a due ruote di legno, cerchiate di ferro, con un pianale di tavole, basso e molto solido, adatto per trasportare grano, sacchi di farina, fieno, era fornito di un freno a pressione, che agiva sulle ruote, ma andava manovrato da una manovella posteriore, quindi chi guidava le bestie stando davanti aveva bisogno di un aiutante ... frenatore. Ma c’era anche chi aveva studiato un sistema di corde che arrivava fin sul timone,  per frenare da sé.

La slitta semplice , con un telaio quadrato che la teneva tesa, serviva invece per incastrarvi sopra la benna o il bennone ( al b’non), una per il letame, l’altra per le frasche e le foglie.

 

  Brossella

 

 

GLI ATTREZZI

Gli attrezzi per  altre attività secondarie= al croi, a spason d’a’ fùran,  la cavagnà, la trapla e al traplón,  la fiacca da p’lar i strupei.

 

PER LE DONNE

alvar i pujén,  i cuné, al galén, al ninén,  guarnar, mónzar, far al fòj… far la zùtta pr’al vach e pr’al gugnén. Tgnìr adrè a i oeuv, a la cunilia,  a tutte le faccende della riproduzione dei piccoli animali.

Curar l’ort, dopo che il marito aveva vangato e sarchiato.

Médar, rastlar, spassar ( il fieno),  far i vinsìj, andar par foi.

 

 

 

     Caratteristica Cavagnà, di salice intrecciato . Si riempiva di erba o di foglie e si bilanciava sulla testa,

     Il   cerchio nella base si adattava alla testa e poggiava su una ciambella di stoffa, imbottita di stracci,

     che si chiamava " al croj"

   ( vedi anche nei Modi di dire : "Matt c'me  'na cavagnà...)

 

 

 

 

PER I BAMBINI

Pistar al quadar in t’la casen’na, andar co’l vach,  andar a p’r aqua, p’lar j strupei  e....tajar i fij p’r al bali ‘d paja quand a ghè la machina,

 

 

UN SACCO DI STRADA  A PIEDI

In un mondo senza motori, dove la forza motrice più a buon mercato era quella fornita dal proprio corpo, spostarsi a piedi era naturale.  Si facevano a piedi chilometri di mulattiere e di strade sterrate, per andare a lavorare, a scuola, a messa, a trovare i parenti e gli amici per una festa.  Certi campi erano distanti anche un’ora di cammino, ma mezz’ora era del tutto normale.  A volte non era neanche il caso di tornare a casa a mangiare: si mangiava sotto un cespuglio, sotto un altro si faceva un pisolino, poi si riprendeva il lavoro.  Si andava a piedi a Corniglio, a far spesa o per qualunque altra ragione, e c’erano cinque chilometri. La Tugnen’na ad David andava a Corniglio a prendere i panni da lavare da famiglie benestanti, li legava in un lenzuolo, si metteva il fagotto sulle  spalle e lo portava a casa.  Dopo aver lavato e stirato, lo riportava a Corniglio nello stesso modo.  Da Carzago, per venire a Messa a Agna, si attraversava la Bazalucca. I bambini di Rividulano, dal Pedagh, d’in Carzaga, venivano ad Agna a scuola, tutte le mattine.  A morosa si andava a piedi, di sera, al buio, da un paese all’altro.

Il tempo che si impiegava negli spostamenti era molto, anche moltissimo nell’arco della giornata o della vita, ma non costava nulla. O meglio, aveva un altro senso, un altro peso.

Gli scarponi erano le calzature più usate, più adatte per tutti, maschi e femmine, grandi e piccoli. 

Solo i malati, i feriti, le partorienti, potevano essere trasportati sulla “benna”, imbottita alla bell’e meglio con qualche vecchia coperta.  Se arrivava qualche personaggio importante, come un Direttore scolastico per esempio, lo si andava a prendere alla corriera, con una brosella o con un asino, se c’era.  Ancora negli anni cinquanta, scendevamo dalla corriera a Casa Tognella e salivamo a piedi quei tre chilometri fino al paese. Ci fermavamo a bere agli arbi , a mangiare ciliegie, se era stagione, o semplicemente a riposarci, perché la valigia era pesante, intanto si tendeva l’orecchio per sentire se stava arrivando il  camioncino del casaro,  che ci “prendesse su”.

 

 

 

 

 

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